Pericoloso disegno di legge del governo sulla riforma dell'assistenza
Category : Sanità, assistenza, politiche sociali
Published by beppe on 29-Oct-2011 21:20
Alla Camera è in discussione la Proposta di legge n. 4566 Delega al governo per la riforma fiscale e assistenziale che presenta numerosi aspetti pericosi.

Una legge delega è una legge con la quale il parlamento delega il governo ad emanare norme aventi vigore di legge (decreti legislativi) su specifiche materie e in base ai principi e ai criteri stabiliti nella stessa legge delega.

In questo disegno di legge, presentato dal ministro dell'economia Tremonti (chissà perché dev'essere il ministro dell'economia ad occuparsi di assistenza, se non per tagliare), la riforma dell'assistenza è trattata all'art. 10.

Il testo presenta alcuni contenuti condivisibili ma generici (ad esempio diffondere l'assistenza domiciliare oppure evitare duplicazioni e sovrapposizioni). Anche la razionalizzazione delle prestazioni sarebbe un obiettivo lodevole, se non sapessimo che di solito dietro questa formula si nascondono i tagli.

I problemi nascono quando il testo va maggiormente nello specifico.

Innanzitutto abbiamo la revisione degli indicatori della situazione economica equivalente con particolare attenzione alla composizione del nucleo familiare, che sembra voler indicare l'introduzione della compartecipazione alle spese per l'assistenza non solo dell'assistito stesso, ma anche dei familiari, scaricando così costi anche sui familiari dell'assistito maggiorenne (dev'essere un esempio delle politiche familiari del governo).

Successivamente il testo prevede di finanziare prioritariamente le iniziative e gli interventi sociali attuati sussidiariamente via volontariato, non profit, organizzazioni non lucrative di solidarietà sociale (Onlus), cooperative e imprese sociali, quali organizzazioni con finalità sociali, quando, rispetto agli altri interventi diretti, sussistano i requisiti di efficacia e di convenienza economica in considerazione dei risultati.

In questo testo (il quale tra l'altro conferma che la sussidiarietà, almeno nelle interpretazioni oggi correnti, è un grimaldello per distruggere lo stato sociale), che equipara cose completamente diverse come il volontariato e le imprese cosiddette sociali, si dicono cose in parte oscure e in parte pericolose. Da una parte infatti sembra ovvio che si debba finanziare prioritariamente ciò che ha maggiore efficacia e convenienza economica, cioè funziona meglio e costa meno, senza bisogno di esprimerlo nel modo che fa il testo. Leggendo meglio però sembra emergere una priorità di principio a favore dei soggetti elencati, perché non si dice neppure che l'efficacia di questi interventi debba essere maggiore di quelli diretti (del settore assistenziale pubblico).

L'accento sulla convenienza economica, corretto in linea di principio, rischia di ridursi al fatto che i soggetti privati possono svolgere i servizi in modo più economico perché utilizzano personale con contratti peggiori, col risultato che le economie si scaricano sui lavoratori, e anche sugli utenti quando si utilizza personale di scarsa qualità, demotivato per le cattive condizioni di lavori, e con elevato turnover.

Inoltre, cosa che a prima vista può sfuggire, il testo non dice che i servizi assistenziali pubblici svolgono i loro interventi per mezzo delle organizzazioni con finalità sociali (tramite convenzioni o altri tipi di incarico) ma dice che finanziano gli interventi attuati sussidiariamente da tali organizzazioni, e quindi decisi ed elaborati da loro, e poi riconosciuti meritevoli di finanziamento. Questo equivale ad una destrutturazione e svuotamento del settore pubblico, e ad un forte potenziale pregiudizio per i diritti e le garanzie degli utenti.

Potrebbe ad esempio verificarsi una situazione di questo genere: una associazione di volontariato, supponiamo pure che sia onesta, competente e bene amministrata, elabora un servizio assistenziale che si rivela utile ed efficace per coprire bisogni rilevanti, e il servizio pubblico finanzia l'associazione affinché continui a svolgerlo. Passa del tempo e le cose cambiano: l'associazione è in declino, diventa più debole e meno organizzata, oppure semplicemente decide di cambiare tipo di attività, e quindi non è più in grado o non vuole più proseguire quel servizio. A questo punto il servizio pubblico si trova senza niente in mano, e per garantire la continuità del servizio deve riuscire ad assumerlo immediatamente in proprio, cosa tutt'altro che facile e scontata, oppure lasciare gli utenti senza servizio, che sarà l'esito più probabile.

Gli aspetti negativi del testo non si fermano qui: viene previsto infatti il trasferimento ai Comuni [...] del sistema relativo alla carta acquisti, con lo scopo di identificare i beneficiari in termini di prossimità, di integrare le risorse pubbliche con la diffusa raccolta di erogazioni e benefìci a carattere liberale, di affidare alle organizzazioni non profittevoli la gestione della carta acquisti attraverso le proprie reti relazionali. Il ricorso ad erogazioni e benefici privati viene addirittura previsto per legge, quasi che non fosse compito delle istituzioni garantire le risorse per soddisfare i bisogni dei cittadini, e il ruolo delle organizzazioni non profittevoli viene delineato in modo piuttosto ambiguo (volutamente, c'è da temere) quasi che dovesse essere loro compito non solo segnalare le situazioni di bisogno, ma addirittura definire chi debbano essere i beneficiari delle provvidenze. Che le organizzazioni caritative private debbano avere questi compiti pare anche l'opinione del ministro Sacconi, a giudicare da alcune sue strabilianti dichiarazioni a trasmissioni televisive riportate sul numero 175 (luglio-settembre 2011) del periodico Prospettive assistenziali (p. 41).

Infine, è da considerare negativamente il trasferimento di competenze ai comuni, che non farà altro che aumentare disordine, incertezze, clientelismo e centri di spesa.

In sintesi, questo testo sembra contenere tutto il peggio del liberismo reazionario italiano, e merita certamente una dura opposizione.