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La signora va nel Bronx

Published by beppe on 22-Jul-2011 22:00 (1282 reads)

La signora va nel Bronx, di Marianella Sclavi, pubblicato originariamente nel 1994 da Anabasi di Milano e poi apparso per altri editori è un libro di sociologia urbana che si legge come un romanzo, e parla delle indagini fatte dall'autrice nel famigerato quartiere del Bronx di New York che l'hanno condotta a scoprire una forte attività di organizzazione dal basso dei cittadini per combattere il degrado e specialmente lo spaccio e per riappropriarsi del territorio.

Libro molto interessante (complimenti a Marianella Sclavi anche come scrittrice, oltre che come sociologa), ma che cosa c'entra con l'handicap?

Direttamente niente, ma c'entra invece con il volontariato.

Uno dei temi dello studio è la contrapposizione tra gli interventi sociali del settore pubblico (in particolare in Comune di New York), che contrariamente a quanto si potrebbe pensare trattandosi degli USA sono stati tutt'altro che irrilevanti, e le azioni delle organizzazioni degli abitanti del quartiere. I primi sono per lo più burocratici, pesanti, costosi, inefficaci, poco sintonizzati sui bisogni reali, inclini a rendere le persone passive e dipendenti, talvolta proni agli interessi di varie lobby (tra cui anche i sindacati), i secondi invece sono descritti come flessibili, economici, efficaci e tali da rendere le persone autonome e padrone della propria vita.

Per un vecchio statalista e centralista come me ce n'è abbastanza per generare un po' di inquietudine. Sarà la solita propaganda liberista del "privato è bello"?

In realtà non è proprio così: il libro non sembra sottendere alcuna propaganda liberista, perché le organizzazioni di base di cui si parla non sono imprese (neppure cooperative cosiddette "sociali") ma prodotti dell'organizzazione spontanea dei cittadini per difendere la propria libertà e i propri diritti contro il degrado e la violenza. Viene anzi messo in evidenza che quando queste organizzazioni crescono troppo e gestiscono troppi soldi corrono il rischio a loro volta di burocratizzarsi e di riprodurre i difetti dell'amministrazione pubblica o dell'impresa privata.

Posto quindi che il messaggio è valorizzare l'autoorganizzazione dei cittadini e non il liberismo economico, un insegnamento che se ne può trarre è che forse bisogna approfondire lo spazio che c'è tra le attività imprenditoriali e il volontariato gestionale (o consolatorio) da una parte, e il puro volontariato dei diritti che si pone come controparte (spesso antagonista) dei pubblici poteri per condurli a tutelare i diritti delle persone in difficoltà, spazio nel quale potrebbero esserci le attività dirette dei cittadini, diverse dalla tutela dei diritti sul piano politico e giuridico: ad esempio in questo spazio potrebbero starci anche i gruppi di auto aiuto, inteso anche in senso allargato. Per esempio, che cosa dovremmo dire se un gruppo di disabili si organizzasse per creare e gestire direttamente un servizio che soddisfi delle loro necessità? E se questo servizio ottenesse anche contributi pubblici? Saremmo nel campo della semplice privatizzazione dell'assistenza, o dovremmo vederla come una cosa positiva?

Non ho una risposta definitiva a queste domande, le scrivo qui per aiutare a riflettere.


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