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Politiche fiscali e politiche sociali

Published by beppe on 07-May-2013 21:50 (617 reads)

Ora che abbiamo il nuovo governo Letta si parla molto di riduzione delle tasse. Ma è davvero un vantaggio? E per chi?

Con il nuovo governo emerso dopo le elezioni del 2013 all'ordine del giorno c'è la riduzione delle tasse (o caso mai il cosiddetto "femminicidio", mentre di sanità e assistenza finora non ne ha parlato nessuno) come politica a favore degli strati popolari e dei lavoratori. In effetti le tasse, che dovrebbero essere un mezzo di perequazione e redistribuzione della ricchezza, sono diventate pesanti non solo per i ricchi, ma anche per persone non prive in assoluto di reddito, ma comunque tutt'altro che benestanti.

Una riduzione delle tasse quindi in questi casi avrebbe nell'immediato un effetto positivo.

Tuttavia della riduzione delle tasse si sente di solito parlare in stretta associazione con la riduzione della spesa pubblica, perché anche per questo governo, a quanto pare, il criterio fondamentale non sono i bisogni dei cittadini ma l'equilibrio dei conti a garanzia delle banche e della finanza.

In realtà la riduzione delle tasse con corrispondente riduzione della spesa pubblica - specialmente nel contesto di politiche di impianto più o meno liberista - rischia di liberare nell'immediato risorse per i consumi dei cittadini, ma di determinare poi una compressione dei servizi pubblici che risulta in un peggioramento della qualità della vita: oggi potrai comprarti qualche cosa in più, ma domani avrai meno servizi sanitari e te li dovrai pagare (oppure farne a meno), avrai una scuola peggiore, peggiori trasporti, biblioteche, tutele per i disoccupati. Senza contare il fatto che la riduzione delle tasse non porta alcun beneficio a coloro che già non le pagano perché sono poverissimi, ma in seguito alla riduzione della spesa pubblica avranno un danno in termini di servizi.

Infatti possiamo dare per scontato che i tagli alla spesa pubblica avverranno in termini di servizi per i cittadini, quindi sanità, assistenza, istruzione, ricerca, cultura, servizi pubblici in genere, mentre non verranno toccate in modo sostanziale le spese militari né quelle clientelari.

Certamente la spesa pubblica non può essere aumentata a piacere, quasi senza rapporto con le reali risorse economiche, né si può pensare di risolvere tutti i problemi aumentando all'infinito il debito pubblico, ma i criteri di determinazione delle politiche fiscali e sociali dovrebbero essere diversi. Al centro dovrebbero esserci i bisogni dei cittadini, a cominciare da coloro che non possono provvedere autonomamente a tutti i loro bisogni, mentre le politiche fiscali andrebbero modulate in modo da assicurare il massimo grado di soddisfazione dei bisogni, ad esempio aumentando la progressività della tassazione (cosa di cui non parla più nessuno, e nessuno dice che la progressività è fortemente diminuita dagli anni '80 ad oggi). Anzi, la riduzione delle tasse, se fatta senza tenere nel debito conto il mantenimento della progressività, può anche risultare vantaggiosa soprattutto per i più ricchi. Né sembra valere molto l'argomento per cui la riduzione delle tasse, lasciando più denaro in mano ai cittadini, aumenterebbe i consumi, darebbe impulso all'economia generando benessere per tutti: anche la spesa pubblica, se fosse bene utilizzata, genererebbe consumi in modo diretto o indiretto, perché il settore pubblico acquisterebbe più beni e servizi e darebbe lavoro a più persone. Del resto, che gli investimenti pubblici siano uno strumento contro la crisi non è certo un'idea nuova, ma è un'idea che oggi si cerca di passare sotto silezio perché metterebbe in dubbio lo schema liberista e il potere della finanza.

Infine, l'intenzione di evitare l'aumento dell'IVA di per sé andrebbe nella direzione giusta, perché l'IVA è per eccellenza un'imposta non progressiva, ma non va più bene se la conseguente riduzione di gettito ha come conseguenza tagli ai servizi per le persone in difficoltà.


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